“…E chi se ne frega della musica” cantava Caparezza e forse aveva ragione, o forse no. Come mai ci interessiamo alla musica? Cosa può fare? Rispondere “…Cambiare, ni-ni-ni, na-na-na…” come Max Gazzè potrebbe non essere molto illuminante, tuttavia in un certo senso racchiude uno dei suoi aspetti più straordinari.

La musica è un sistema complesso, che si è sviluppato a partire dall’antichità continuando a subire trasformazioni e cambiamenti, riflettendo anche il contesto e la società di appartenenza. Attraverso la musica possiamo risalire a usi e costumi di un popolo, comprenderne il credo e, in alcuni casi, rievocarne lo stato d’animo.

La musica è in grado di influenzarci su più livelli, dalla regolazione del nostro ritmo cardiaco all’aumento delle nostre performance motorie, fino alla modulazione degli stati emotivi e cognitivi (Koelsch, 2014; Salimpoor et al., 2011). Il suo potenziale risiede nei diversi elementi che la compongono: vi sono infatti tono e frequenza, ritmo, melodia e, talvolta, testo.

La musica sotto la pelle

Nella psicologia cognitiva e nelle neuroscienze si parla di effetto “bottom-up”, ossia implicito, quando ci riferiamo a processi di natura sensoriale non verbale che intervengono al di sotto della nostra consapevolezza e modulano o modificano aspetti cognitivi ed emotivi (Koelsch, 2014).

Un suono, diverso dal normale sottofondo ambientale, può influenzare l’attività cerebrale. La letteratura scientifica riporta, ad esempio, effetti del cosiddetto “rumore bianco” – ossia uno stimolo sonoro con una struttura definita ma privo di un’organizzazione melodica articolata – sulla memoria e sull’attenzione in persone con ADHD (Söderlund et al., 2010). Sempre con riferimento alle neurodivergenze, la musica può avere un potenziale riabilitativo: vi sono evidenze di effetti positivi nella regolazione emotiva legati all’uso di stimoli musicali e sonori (Geretsegger et al., 2014).

La letteratura scientifica riporta inoltre gli effetti che stili e composizioni di generi diversi hanno sul nostro cervello (Koelsch, 2014; Salimpoor et al., 2011). Nella nostra esperienza quotidiana non saremmo stupiti nel trovarci entusiasmati ascoltando l’aria della Regina della Notte nel Flauto Magico, pur non parlando il tedesco. Allo stesso modo, sarebbe naturale sentirci intimoriti dalla voce baritonale della statua del Commendatore nel Don Giovanni (Fritz et al., 2009).

L’importanza di una colonna sonora

Nel cinema la presenza di una colonna sonora aumenta l’immersività delle scene. Ne sono un esempio film “cult” come Shining, dove l’inquietante sottofondo che accompagna il lento declino di Jack Torrance presagisce disperazione prima ancora che si manifesti, oppure il crescendo sommerso di Jaws, che ci fa temere per l’incolumità degli ignari bagnanti mentre lo squalo si avvicina.

Persino il nostro corpo può modificarsi se sottoposto a un certo ritmo o frequenza. In particolare, la musica migliora la sincronizzazione dei movimenti e riduce il senso di fatica, incrementando le performance motorie (Karageorghis & Priest, 2012). Questa capacità ha portato, in alcuni contesti sportivi, a limitarne l’utilizzo perché considerata potenzialmente facilitante.

La musica in testa

La musica ha anche effetti “top-down”, ossia è in grado di stimolare processi di immaginazione e pensiero che, a partire dal cervello, influenzano il corpo e i vissuti emotivi. 

Siamo soliti dire che un testo “ci parli” o “parli di noi”, perché troviamo similitudini tra le nostre esperienze di vita e il contenuto del brano. Questa sensazione non è solo un effetto passivo dell’ascolto, ma deriva dalla nostra capacità di attribuire significato riorganizzando cognitivamente gli stimoli. Un testo può diventare “nostro” perché possiamo dargli un significato soggettivo, secondo quel processo di integrazione e interpretazione degli stimoli che, nell’ottica della psicoterapia post-razionalista, viene definito “significato personale”.

Anche in assenza di parole, una melodia può evocare immagini mentali appartenenti ai nostri ricordi o alla nostra immaginazione, che danno senso e valore personale a quanto stiamo ascoltando (Janata, 2009). La comunicazione di significati inoltre non avviene solo con l’ascolto ma anche con la scrittura musicale. Le parole di un testo possono assumere le caratteristiche di un vero e proprio linguaggio, dotato di regole e significati propri (Patel, 2008).

“Di padre in figlio”

Come il linguaggio, la musica può comunicare attraverso le generazioni. Una canzone può rappresentare in maniera sintetica il disagio delle diverse fasi della vita, in particolare dell’adolescenza, ma anche sentimenti e difficoltà psicologiche.

In passato, la diffusione di generi musicali come il punk e il grunge ha dato ai giovani la possibilità di esprimere la propria sofferenza in modo catartico, dando voce a vissuti di solitudine, rabbia e disorientamento. Tra i tanti esempi possiamo considerare il materiale che ha dato origine a Jeremy dei Pearl Jam: la storia racconta il suicidio di un adolescente che compie il gesto di fronte ai compagni di scuola per esprimere il proprio disagio.

Altri brani hanno permesso di trasmettere il vissuto collettivo legato a movimenti sociali e politici. Prendiamo ad esempio Wind of Change degli Scorpions, associato alla caduta del muro di Berlino, oppure Almost Cut My Hair dei Crosby, Stills, Nash & Young, in opposizione alla guerra in Vietnam.

Il disagio narrato nella musica è stato spesso anche autobiografico. Il tristemente noto “club dei 27”, che raccoglie artisti morti alla stessa età, è diventato nel tempo un simbolo della fragilità che può accompagnare la creatività (Kenny, 2014).

Quando la musica fa terapia

Se finora abbiamo parlato del potenziale regolativo ed evocativo della musica, esiste un vero e proprio filone terapeutico che la utilizza in modo strutturato e metodico. La musicoterapia è un approccio affermato nella pratica clinica, sia individuale che di gruppo. Favorisce la condivisione di significati e facilita lo scambio emotivo.

La sua natura “non verbale” consente di superare i limiti delle terapie esclusivamente dialogiche, adattandosi anche a pazienti con difficoltà nelle capacità linguistiche o nel ragionamento astratto. In questo senso, può essere intesa come uno strumento che agisce sui processi impliciti e corporei, aspetti centrali nei modelli contemporanei di psicoterapia orientati al corpo e all’esperienza.

Il potenziale della musica come strumento clinico è evidente anche in ambito neurologico: la melodia viene utilizzata nella riabilitazione del linguaggio in pazienti che hanno perso la capacità di esprimersi (Schlaug et al., 2009). Nell’ambito della riabilitazione neuromotoria, il ballo rappresenta un importante mezzo per il recupero della coordinazione e dell’equilibrio. Infine, i pazienti più giovani con disturbi del neurosviluppo possono beneficiare della musica per regolare e comunicare i propri bisogni (Geretsegger et al., 2014).

Ma quindi… che ce ne frega della musica?

La musica ci permette di esprimere emozioni difficili da verbalizzare, diventando un modo per comunicare con noi stessi e con gli altri. Un brano, scritto o ascoltato, può diventare uno strumento conoscitivo che facilita la condivisione dei nostri vissuti.

Quest’arte permette di accedere al livello non verbale radicato nelle esperienze corporee che influenzano la nostra quotidianità, anche quando non ne siamo consapevoli. È quindi un modo attraverso cui una persona, nella propria vita o nello studio di terapia, può esprimere la propria sofferenza ed entrare in contatto con il proprio corpo.

Articolo a cura del Dott. Carlo De SantisCentro Clinico Città Studi

FONTI
Stefan Koelsch. (2014). Brain and emotion in music. Wiley-Blackwell.
Valorie Salimpoor, V. N., Benovoy, M., Larcher, K., Dagher, A., & Robert Zatorre, R. J. (2011). Anatomically distinct dopamine release during anticipation and experience of peak emotion to music. Nature Neuroscience, 14(2), 257–262.
Göran Söderlund, G. B. W., Sikström, S., & Smart, A. (2010). Listen to the noise: Noise is beneficial for cognitive performance in ADHD. Behavioral and Brain Functions, 6, 55.
Thomas Fritz, T., Jentschke, S., Gosselin, N., Sammler, D., Peretz, I., Turner, R., Friederici, A. D., & Koelsch, S. (2009). Universal recognition of three basic emotions in music. Current Biology, 19(7), 573–576.
Geretsegger, M., Elefant, C., Mössler, K. A., & Gold, C. (2014). Music therapy for people with autism spectrum disorder. Cochrane Database of Systematic Reviews, (6).
Costas Karageorghis, C. I., & Priest, D.-L. (2012). Music in the exercise domain: A review and synthesis (Part I). International Review of Sport and Exercise Psychology, 5(1), 44–66.
Petr Janata, P. (2009). The neural architecture of music-evoked autobiographical memories. Cerebral Cortex, 19(11), 2579–2594.
Aniruddh Patel, A. D. (2008). Music, language, and the brain. Oxford University Press.
Gottfried Schlaug, G., Marchina, S., & Norton, A. (2009). From singing to speaking: Why singing may lead to recovery of expressive language function in patients with Broca’s aphasia. Annals of the New York Academy of Sciences, 1169, 395–405.
Dianna Theadora Kenny. (2014). The psychology of music performance anxiety. Oxford University Press.