Dall’Oriente all’Occidente, il racconto per immagini si configura come uno spazio privilegiato per narrare esperienze complesse, dare forma alle emozioni e articolare vissuti individuali e collettivi. Non si tratta soltanto di intrattenimento ma di un vero e proprio dispositivo di riflessione e, in alcuni casi, di supporto psicologico capace di stimolare consapevolezza di sé, resilienza e regolazione emotiva.

Attraverso la struttura sequenziale delle vignette, il lettore è accompagnato in un ambiente simbolico e protetto che favorisce l’identificazione con personaggi e situazioni rendendo possibile l’esplorazione di sentimenti difficili, traumi e vissuti interiori.

La stilizzazione grafica gioca un ruolo centrale in questo processo: volti semplificati e simbolici facilitano la proiezione del sé e favoriscono una sintonizzazione emotiva immediata con i personaggi. Tale meccanismo agevola il riconoscimento delle proprie emozioni e l’elaborazione di esperienze dolorose. Graphic Novel come Maus, Persepolis o Fun Home, ad esempio, affrontano temi quali trauma, depressione, lutto migrazione, identità di genere e malattia mentale.

Il fumetto come strumento di elaborazione

Il fumetto si configura come un linguaggio multimodale in cui testo, immagine, sequenzialità e simbolismo si intrecciano in modo indissolubile. Questa integrazione attiva simultaneamente diversi sistemi cognitivi come elaborazione visiva, comprensione linguistica, inferenza narrativa e teoria della mente. Come evidenziato dalla psicologia cognitiva, il lettore è chiamato a colmare attivamente gli spazi vuoti tra una vignetta e l’altra attraverso un processo che richiede partecipazione mentale e immaginativa. 

Nel fumetto il tempo non scorre in modo lineare, ma viene spazializzato sulla pagina e può essere rallentato, anticipato, frammentato o ripercorso. L’esperienza temporale diventa così manipolabile e il corpo stesso del lettore, attraverso lo sguardo, la postura e il ritmo di lettura entra in risonanza con la struttura narrativa. In questo senso, il fumetto può essere considerato un laboratorio privilegiato per lo studio del rapporto tra percezione, cognizione ed embodiment. 

Sul piano evolutivo, la narrativa a fumetti sostiene lo sviluppo della competenza emotiva, contribuisce alla costruzione dell’identità e offre modelli di coping. Secondo la psicologia narrativa, l’identità non è un’entità stabile, ma un processo di auto narrazione continuamente rinegoziato. Il fumetto rende visibile questa natura frammentaria delle esperienze identitarie dando spazio a discontinuità biografiche, identità multiple e contraddizioni irrisolte. Non a caso, molti Graphic Novel contemporanei rifiutano le strutture eroiche tradizionali a favore di narrazioni ambigue, incomplete e talvolta opache, più aderenti alla complessità dell’esperienza soggettiva.

Accanto ai classici della produzione internazionale, anche la scena italiana contemporanea, con autori come Zerocalcare, Gipi, Silvia Rocchi ed Eva Montanari, propone opere che intercettano bisogni psicologici differenti offrendo chiavi di lettura su crescita, fragilità, relazioni, memoria e trasformazione personale.

Il fumetto nelle varie fasi di vita

Nel corso dello sviluppo il racconto per immagini può accompagnare i principali compiti evolutivi, dalla costruzione dell’identità emotiva e del senso di competenza, al bisogno di appartenenza, fino alla ricerca di autonomia, significato e integrazione del sé.

I testi per l’infanzia sostengono il riconoscimento emotivo e la costruzione del senso di competenza. I testi rivolti ad una popolazione di preadolescenti e adolescenti diventano uno spazio di esplorazione dell’appartenenza, delle relazioni e della definizione identitaria. Nella tarda adolescenza e nella giovane età adulta, i testi accompagnano i processi di autonomia, scelta e integrazione del sé. Infine nelle fasi adulte si prestano a sostenere la riflessione su responsabilità, memoria e continuità dell’esperienza. In questo modo, il fumetto si configura come un archivio narrativo capace di crescere insieme al lettore, adattandosi ai suoi cambiamenti e alle sue domande.

Fumetto e salute mentale

Se la salute mentale coincide anche con la capacità di attribuire senso a ciò che viviamo, allora il fumetto si rivela da sempre uno dei suoi linguaggi più fedeli: come ogni buon racconto, non cura offrendo risposte, ma consentendo di abitare le proprie domande. 

Charlie Brown, seduto sul marciapiede dei Peanuts, ci insegna che la fragilità non è un fallimento ma una condizione condivisa. Spiderman scopre che il peso delle responsabilità nasce spesso dal senso di colpa. Corto Maltese attraversa il mondo come un viaggiatore dell’inconscio, inseguendo più domande che certezze. In queste storie, apparentemente lontane dalla clinica, prendono forma emozioni universali come paura, desiderio, solitudine.

È in queste narrazioni che il disagio perde la forma dell’eccezione e diventa parte di una condizione condivisa. Attraverso i silenzi, tra una vignetta e l’altra, il fumetto offre al lettore uno spazio raro in cui riconoscersi senza doversi spiegare, sostare nel dubbio, riorganizzare l’esperienza. Forse è questo il valore più profondo: creare un luogo simbolico in cui le emozioni possano essere viste, riconosciute e condivise.

Charles M. Schulz nei Peanuts scrive: «I think I’ve discovered the secret of life, you just hang around untill you get used to it». In fondo, tra una vignetta e l’altra, il fumetto insegna proprio questo: restare, osservare, dare tempo all’esperienza, anche quando è difficile.

Storia e origini: dalle caverne alle vignette contemporanee

Fin dall’antichità, la narrazione per immagini rappresenta un importante strumento di espressione e regolazione dei bisogni umani fondamentali. Accompagna e sostiene l’evoluzione sociale e culturale offrendo uno spazio simbolico di riflessione.

Nel contesto occidentale il fumetto nasce tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento come forma di narrazione popolare che unisce immagini e testo. Affonda le proprie radici nella tradizione della satira illustrata e della stampa periodica per poi affermarsi come linguaggio autonomo capace di fornire una panoramica del suo tempo. In Oriente, si sviluppa a partire dalle narrazioni visive degli emakimono e delle stampe ukiyo-e per poi consolidarsi come manga moderno nel secondo dopoguerra e diventare linguaggio di massa e forma espressiva diffusa e riconoscibile. 

Percorsi storici diversi ma un’intuizione comune: le immagini possono contenere emozioni, dare ordine all’esperienza, rendere condivisibile ciò che è intimo. Le sue vignette non si limitano a mostrare eventi ma costruiscono tempi interiori, pause, silenzi. È proprio in questi spazi vuoti, tra una scena e l’altra, che il lettore è chiamato a partecipare, a completare il senso, a riconoscersi.

Narrazioni disegnate: tra Oriente e Occidente

Le narrazioni disegnate sviluppatesi in Occidente e in Oriente riflettono matrici culturali e sociali differenti nate dall’interazione reciproca di bisogni psicologici, credenze condivise e specifiche strategie narrative. In ambito occidentale la tradizione è stata a lungo legata alla satira, al commento sociale e al mito dell’eroe, privilegiando conflitti morali espliciti oltre che, nella tradizione classica, una netta opposizione tra bene e male. Al centro si è posto spesso l’individuo chiamato a misurarsi con nemici esterni, incarnazione di tensioni collettive e valori condivisi. Nelle produzioni orientali, e in particolare giapponesi, la narrazione tende invece a spostare l’attenzione verso l’interiorità, le relazioni e il percorso emotivo dei personaggi, restituendo una visione più sfumata dell’identità e del rapporto tra individuo e comunità.

Queste differenze non si limitano allo stile grafico, ma attraversano la struttura stessa del racconto, la gestione del tempo e dello spazio, la costruzione dei personaggi, la rappresentazione del conflitto. Se l’immaginario occidentale privilegia l’azione e la risoluzione, quello orientale lascia spesso spazio alla sospensione, alla ripetizione e all’ambiguità, riflettendo un’idea di crescita non lineare e di soggettività in continua trasformazione. Le vignette diventano così non solo uno specchio della cultura di appartenenza, ma anche uno strumento di elaborazione emotiva, capace di offrire modelli identificativi e modalità diverse di comprendere sé stessi e il mondo.

Oggi, in un contesto di crescente ibridazione culturale, queste distinzioni appaiono meno rigide. Tuttavia, restano riconoscibili due orientamenti di fondo: da un lato l’enfasi sull’individualismo, sull’eroismo e sul conflitto morale; dall’altro l’attenzione all’introspezione, alla relazione e all’equilibrio tra individuo e gruppo. Mentre molte narrazioni occidentali mettono in scena la lotta contro un nemico esterno, i manga rivolgono spesso lo sguardo verso conflitti privi di una forma definita, in cui la sfida principale è restare in contatto con sé stessi. Il dolore non esplode in un gesto risolutivo, ma si deposita nel quotidiano, nei silenzi, nelle esitazioni. È una narrazione che non permette salvezze rapide, ma invita a sostare nell’esperienza emotiva, anche quando è scomoda e irrisolta. 

I manga

Neon Genesis Evangelion rappresenta uno degli esempi più emblematici di questo approccio. Shinji Ikari non incarna l’eroe tradizionale, ma una soggettività fragile, attraversata da ansia, paura dell’abbandono e bisogno di riconoscimento. I mecha, lontani dall’essere semplici simboli di potenza, diventano estensioni del corpo e della psiche, luoghi visivi del trauma. Il combattimento assume così un significato interiore: confrontarsi con il vuoto, con il rifiuto di sé, con la difficoltà di esistere nella relazione.

Nei manga la salute mentale è raramente tematizzata in modo esplicito e prende piuttosto forma nei personaggi, nei loro fallimenti ricorrenti, nella lentezza dei processi di crescita, nella fatica di comunicare. Opere come Nana, Oyasumi Punpun, raccontano depressione, solitudine e lutto senza offrire soluzioni consolatorie, rispecchiando una visione dell’identità come fluida, relazionale e spesso frammentata. Il dolore non è qualcosa da superare rapidamente, ma da riconoscere e abitare.

Sul piano espressivo le onomatopee, presenti in entrambe le tradizioni, svolgono funzioni diverse: se nei fumetti occidentali enfatizzano soprattutto l’azione e il suono fisico, nei manga diventano parte integrante della composizione visiva, capaci di esprimere atmosfere, stati emotivi e ritmi interiori. Più che descrivere ciò che accade, contribuiscono a farlo sentire creando un’esperienza sinestetica in cui suono, tempo ed emozione si fondono.

In questo modo, le narrazioni orientali offrono uno spazio particolarmente potente di elaborazione emotiva poiché il lettore non è chiamato a identificarsi con un modello ideale, ma a condividere una vulnerabilità. Le tavole dilatano il tempo, consentono di restare in una sensazione senza doverla immediatamente spiegare o risolvere. È una forma di cura silenziosa che non promette invincibilità, ma suggerisce la possibilità di esistere con le proprie crepe.

Non è un caso che Evangelion non si concluda con una vittoria epica, ma con un atto di consapevolezza fragile e liberatorio: «Io sono io. Voglio essere me stesso. Voglio vivere». In questa affermazione semplice si concentra forse il cuore della salute mentale secondo il manga: non tanto diventare invulnerabili, quanto trovare il coraggio di abitare la propria esperienza. Come onde che si susseguono, le vignette e i segni grafici insegnano a restare dentro le emozioni (paura, ansia, speranza) mostrando che farlo non è debolezza, ma una forma profonda di cura di sé.

Supereroi

Nell’immaginario collettivo classico, i supereroi sono rappresentati come figure grandi, invincibili, capaci di fermare uragani o salvare il mondo con un pugno o una rete di ragno. Guardando oltre i costumi sgargianti e i poteri straordinari, scopriamo che i supereroi sono soprattutto specchi per la nostra psiche, lenti attraverso cui esplorare ciò che significa vivere, soffrire e scegliere ogni giorno chi vogliamo essere.

Peter Parker non è Spiderman perché ha i superpoteri: dietro la maschera si nascondono responsabilità, colpa e l’eterna lotta tra ciò che vorrebbe essere e ciò che sente di dover fare. Le storie più profonde non parlano semplicemente di battaglie fisiche, ma di equilibri interiori, di identità doppie, di isolamento e di come si affrontano traumi che non si vedono ma si portano nella mente.

I costumi diventano così metafora delle ferite psicologiche e della necessità di chiedere aiuto. Bruce Banner vede materializzarsi la propria furia, Daredevil affronta depressione e cadute, Moon Night combatte con personalità frammentate e persino i leader come Captain America portano sul petto il peso di lutti e di domande di senso. Non sono eroi perché non soffrono, ma spesso perché continuano ad agire nonostante la sofferenza.

With great power… 

I supereroi sono moderne mappe simboliche dell’esperienza interiore: raccontano l’ansia di essere all’altezza del ruolo che la vita ci assegna, il conflitto tra ciò che desideriamo e ciò che ci aspetta, il peso delle aspettative proprie e altrui. Forse è proprio questa doppia anima, eroica e fragile, che rende i supereroi così profondamente umani. Come ci ricorda uno dei motti più celebri della letteratura a fumetti, principio cardine nella saga di Peter Parker: «With great power comes great responsability». Non perché i supereroi siano perfetti, ma perché ci mostrano la responsabilità di restare umani anche quando tutto dentro di noi grida di smettere di lottare. In fondo, la vera lotta, quella per la salute mentale, non è combattere nemici cosmici, ma fare i conti con ciò che siamo, un giorno alla volta, tra paura e speranza, tra ombra e costume. 

Non si tratta di ignorare il dolore o di risolverlo con gesti eroici, ma di affrontarlo con onestà, di sostenere la propria vulnerabilità e di trovare la forza di continuare a vivere. Questo è forse il dono più grande che i fumetti, da qualsiasi parte del mondo, ci offrono: la possibilità di incontrare noi stessi e, attraverso la narrazione, prenderci cura della nostra mente e del nostro cuore. I supereroi non sono espressioni di strutture psichiche innate, ma risposte storicamente situate a problemi culturali specifici come potere, responsabilità, vulnerabilità, controllo sociale.

Così, il supereroe è una figura limite che mette in scena il rapporto tra individuo e sistema attraverso la gestione delle eccezionalità e la tensione tra agency personale e vincoli strutturali. Negli ultimi decenni, infatti, il fumetto supereroistico ha progressivamente spostato il focus dalla straordinarietà alla gestione quotidiana della complessità. In questa cornice, l’interesse psicologico non risiede nel trauma originario, ma nei processi di regolazione emotiva che rendono possibile l’abilità decisionale in condizioni di incertezza e la costruzione di un senso di competenza personale. Il supereroe diventa quindi una metafora operativa della condizione contemporanea, soggetti chiamati a essere eccezionali in sistemi che rendono l’eccezionale insostenibile.

Surfisti sull’onda

Il fumetto e il manga resistono al tempo non solo per i colori, i disegni o le avventure mozzafiato, ma perché parlano di ciò che siamo davvero, al di là di maschere o superpoteri.

Charlie Brown ci ricorda che la fragilità non è debolezza, Spiderman mostra che la responsabilità attraversa ogni vita, Shinji Ikari ci insegna che la solitudine può essere vertiginosa e dolorosa ma non insuperabile. Le vignette diventano finestre sull’esperienza emotiva e spazi in cui leggere e concedersi di sentire che il disagio, la paura, il dubbio e l’errore fanno parte della nostra umanità.

Come ne “La Grande Onda di Kanagawa” di Hokusai, anche i fumetti e i manga trasformano l’emozione in esperienza visiva e simbolica. Nell’opera la minaccia della maestosa onda rappresenta la forza travolgente della vita a fronte della nostra fragilità, mentre il Monte Fuji immobile trasmette un senso di stabilità, un equilibrio tra caos e ordine, movimento e permanenza. E così, l’uomo è chiamato a navigare tra le proprie onde emotive e a confrontarsi con i propri conflitti interiori o con le forze esterne che non possono essere dominate, ma con cui si può imparare a convivere.

Nelle vignette le emozioni prendono forma e ritmo, le onomatopee permettono di osservare le emozioni senza esserne travolti. Leggere manga o fumetti diventa così un esercizio di mindfulness narrativa che ci abitua a fermarci e riconoscere ciò che sentiamo accogliendolo e lasciandolo fluire proprio come il pescatore osserva l’onda senza opporsi alla sua forza.

Il miracolo di queste narrazioni è quello di ricordarci che, anche di fronte alle onde più grandi della vita, possiamo trovare equilibrio e consapevolezza e che ogni emozione fornisce l’occasione di conoscersi e prendersi cura di sé. Ogni storia e ogni pagina disegnata sono strumenti che possono mostrarci come abitare la nostra umanità, un giorno alla volta.

A cura della dr.ssa Angela Mazza – Centro Psicologia Monza Brianza