Quando pensiamo alle relazioni significative della nostra vita, spesso emergono i ricordi più salienti: un’esperienza di gioia, un attimo di connessione intima, una sofferenza condivisa.

Tra questi, può essere annoverato anche il momento della conclusione: la fine può avvenire nei contesti e per i motivi più disparati e caratterizzarsi di emozioni anche molto diverse tra loro, a seconda di come viene percepita dalla persona che ne fa esperienza. Spesso, però, quando una relazione significativa giunge al termine, si prova un sentimento di perdita molto profondo, come se si aprisse una voragine dentro di noi. 

La quotidianità viene scossa sin dalle fondamenta, i punti di riferimento saltano e ciò che prima sembrava naturale diventa improvvisamente estraneo o a tratti futile. Cambia l’immagine dell’altro ma allo stesso tempo è come se si incrinasse anche l’immagine che avevamo di noi stessi, perché nella relazione doniamo, investiamo, cresciamo con l’altro. 

Una lente terpaeutica…

Nella prospettiva cognitivo-costruttivista relazionale, le relazioni non sono semplicemente uno “sfondo” della propria vita, ma il contesto fondamentale in cui una persona impara a percepirsi, a definirsi e a mantenere una continuità interna. Quando una relazione significativa si interrompe, non viene meno solo un legame affettivo, ma anche una modalità abituale di sentirsi e di essere nel mondo. 

Questo può spiegare perché, anche dopo una rottura, capita di aggrapparsi all’altro come se fosse tutto il nostro mondo, come se senza la sua presenza non potessimo essere, fare, esistere. Ci si sente fragili sino a rischiare di perdere il contatto con sé stessi. In questi momenti, quindi, più che “andare avanti”, siamo chiamati a fare qualcosa di più complesso: ricostruirci. 

… E la lente della fotocamera 

Il film Dieci minuti (regia di Maria Sole Tognazzi, 2024) offre una riflessione interessante sul processo della rottura e del successivo “ricostruirsi”. Il film racconta la storia di Bianca, che affronta un momento di forte crisi personale dopo la fine della propria relazione sentimentale. La protagonista sperimenta un tale dolore da arrivare a tentare il suicidio: dopo questo gesto viene ricoverata in un reparto psichiatrico.Nel contesto di cura incontra una terapeuta che le propone una sfida: dedicare ogni giorno dieci minuti a qualcosa di nuovo. Non importa cosa, purché sia qualcosa che non ha mai fatto prima e che possa permetterle di provare un’emozione, sia essa piacevole o spiacevole.

Di per sé può sembrare un esercizio semplice o banale, ma acquista invece, un significato molto importante e profondo nella relazione terapeutica tra Bianca e la psichiatra. Attraverso un incontro, un luogo, un’esperienza diversa da ciò a cui era abituata, come ad esempio partecipare ad un evento emotivamente coinvolgente (un funerale) che fino ad allora aveva sempre evitato, Bianca scopre la voglia di costruirsi in modo diverso.

La costruzione del Sé

Inserendo piccoli elementi di novità nella propria vita, la protagonista riattiva una dimensione di movimento ed esplorazione. Il sé, infatti, non è un’entità stabile e data una volta per tutte, ma un processo dinamico in continuo cambiamento, che si costruisce attraverso interazioni continue con l’ambiente (Guidano, 1992).

Dopo una rottura relazionale, possiamo trovarci intrappolati in due movimenti opposti: da un lato il desiderio di tornare indietro, dall’altro la paura di andare avanti. Finché si rimane ancorati al passato, o si guarda solo al futuro, il rischio è quello di rimanere bloccati. Con la fine della propria relazione, Bianca sperimenta l’incapacità di continuare a costruire un senso di sé coerente nel tempo. Il compito dei dieci minuti le offre di stare nel presente e ripartire da ciò che può sperimentare ogni giorno. 

Le radici del dolore

Inizialmente, Bianca non riesce a trovare una spiegazione soddisfacente al perché la relazione con suo marito sia finita. Grazie al percorso con la terapeuta capisce che, da un lato, ha vissuto su un piano immaginario in cui il marito rappresentava la persona “perfetta per sé”, senza difetti. Dall’altro lato invece c’era un piano reale, fatto anche di incompatibilità, incomprensioni, limiti.

Bianca comprende allora che il problema nasce quando questi due piani si allontanano troppo, per cui passare dall’immaginario al reale diventa un’esperienza di delusione profonda. Questo porta a gravitare nell’immaginario con la conseguenza che, invece di ascoltare l’altro e avvicinarci, smettiamo di prenderci cura della relazione e ci chiudiamo nel nostro dolore.

Rivolgersi a un* specialista

Nel film e in generale nei prodotti di intrattenimento il processo di elaborazione della rottura può apparire semplice e lineare: nella realtà non sempre è così. Il percorso può essere lungo, faticoso, a tratti confuso.

Il supporto di un* psicoterapeuta può fare la differenza, ma la terapia non offre necessariamente soluzioni immediate ed efficaci, quanto piuttosto uno spazio in cui dare senso al dolore, comprendere i propri vissuti e, gradualmente, ricostruire se stessi.

Ciò che la protagonista apprende nel proprio percorso di terapia è che l’obiettivo, dopo una rottura relazionale, non è essere “forti” né tornare a essere quelli di prima, ma concedersi la possibilità di continuare a costruirsi e scoprire chi siamo: dieci minuti alla volta.

FONTI
Guidano, V. F. (1992). Il sé nel suo divenire. Verso una psicoterapia cognitiva post-razionalista. Bollati Boringhieri, Torino.

Articolo a cura della dr.ssa Ilaria MauriCentro Psicologia Monza Brianza e Centro Psicologia Città Studi